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TRATTAMENTO CON CALCIFEDIOLO IN PAZIENTI OSPEDALIZZATI PER COVID-19

TRATTAMENTO CON CALCIFEDIOLO IN PAZIENTI OSPEDALIZZATI PER COVID-19
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L’infezione da SARS-CoV-2 può rimanere asintomatica o causare sintomi più o meno gravi.

I pazienti COVID-19 che presentano più gravi manifestazioni cliniche dell’infezione vengono ricoverati  in ospedale e di questi, circa il 20%, sviluppa in breve tempo una sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS) che richiede il trattamento in terapia intensiva, essendo una condizione pericolosa per la vita del paziente. l’ARDS è infatti una componente fondamentale nello sviluppo della disfunzione multiorgano e del rischio di mortalità.

Da qui nasce il forte interesse nell’identificare una strategia per ridurre la gravità dell’infezione da COVID-19, nella speranza di ridurre la morbilità, la mortalità e la necessità di terapia intensiva per i pazienti infetti.

Diversi studi hanno mostrato come la vitamina D sia in grado di agire positivamente sulle cellule e i tessuti coinvolti nella progressione dell’infezione da COVID-19, specialmente riducendo la sindrome da distress respiratorio acuto.

Le ricerche hanno anche riportato come concentrazioni più basse di 25-idrossivitamina D3, o 25(OH)D, circolanti siano associate alla maggior suscettibilità all’infezione da SARS-CoV-2 e alla gravità dell’evoluzione della malattia.

È stato proposto che l’attivazione della via di segnalazione del recettore della vitamina D (VDR) possa generare effetti benefici nei confronti dell’ARDS riducendo la tempesta di citochine, regolando il sistema renina-angiotensina, modulando l’attività dei neutrofili, mantenendo l’integrità della barriera epiteliale polmonare e stimolando la riparazione epiteliale e diminuendo la maggiore coagulabilità.

Pertanto è stato condotto uno studio pilota per valutare l’efficacia clinica in pazienti ricoverati per COVID-19 del trattamento con calcifediolo (25-idrossivitamina D 3) nelle fasi iniziali dell’infezione con lo scopo di valutare se tale trattamento possa ridurre la necessità di ricovero in terapia intensiva e di conseguenza il potenziale rischio di morte.

Il calcifediolo rappresenta il principale metabolita ematico della vitamina D e le sue concentrazioni sieriche rappresentano l’indice più attendibile dello stato della vitamina D (carenza, insufficienza e sufficienza) di un soggetto.

La somministrazione di calcifediolo orale presenta alcuni vantaggi rispetto alla forma nativa della vitamina D o colecalciferolo; ha un maggior assorbimento intestinale e può ripristinare rapidamente le concentrazioni sieriche di 25(OH)D poiché non richiede idrossilazione epatica. Ciò è particolarmente rilevante in situazioni cliniche in cui è auspicabile un rapido ripristino della 25(OH)D sierica e in cui l’espressione del CYP2R1 è alterata, come è stato visto essere nei pazienti con BPCO o asma.

In questo studio clinico in doppio cieco randomizzato sono stati inclusi 76 pazienti per COVID-19 che presentavano un quadro clinico di infezione respiratoria acuta, confermato da un pattern radiografico di polmonite virale e da un’analisi PCR positiva. L’età media dei pazienti era di 53 ± 10 (media ± DS) anni.

Tutti i 76 pazienti hanno ricevuto la stessa terapia standard, secondo protocollo ospedaliero, costituita da una combinazione di idrossiclorochina (400 mg ogni 12 h il primo giorno e 200 mg ogni 12 h per i 5 giorni successivi), azitromicina (500 mg per via orale per 5 giorni) e ad alcuni pazienti con polmonite è stato aggiunto un antibiotico ad ampio spettro (ceftriaxone2 g per via endovenosa ogni 24 h per 5 giorni).

Il giorno del ricovero, tramite randomizzazione elettronica, tenendo conto della presenza di fattori di rischio sfavorevoli, a 50 di questi pazienti è stato aggiunto alla terapia standard calcifediolo orale (0,532 mg) che possiamo paragonare a circa 8000 u.i di vit D3 ( colecalciferolo) che hanno assunto anche al 3°, 7° giorno e poi settimanalmente (0,266 mg) fino alla dimissione o al ricovero in terapia intensiva. I restanti 26 pazienti non hanno assunto calcifediolo.

I risultati per valutare l’efficacia della somministrazione di calcifediolo consideravano il tasso di ricovero in terapia intensiva e i decessi.

Dai risultati dello studio è emerso che dei 50 pazienti trattati con calcifediolo, uno solo è stato trasferito in terapia intensiva (2%), mentre dei 26 pazienti non trattati, 13 hanno richiesto la terapia intensiva (50%).

Dei pazienti trattati con calcifediolo, nessuno è morto e tutti sono stati dimessi, senza complicazioni. I 13 pazienti non trattati con calcifediolo, che non erano stati trasferiti in terapia intensiva, sono stati dimessi. Dei 13 pazienti ricoverati in terapia intensiva, due sono morti e i restanti 11 sono stati dimessi.

In conclusione, questo studio pilota ha dimostrato che la somministrazione di una dose elevata di calcifediolo o 25-idrossivitamina D ha ridotto significativamente la necessità di trattamento in terapia intensiva dei pazienti ricoverati per infezione COVID-19.

In linea con la ipotesi di questi ricercatori di un possibile legame tra l’attivazione di VDR e la gravità dell’ARDS da COVID-19, Il calcifediolo sembra essere in grado di ridurre la gravità della malattia.

Il meccanismo alla base di questo risultato sembra ragionevolmente imputabile al fatto che il sistema endocrino della vitamina D modula favorevolmente le risposte dell’ospite contro la sindrome respiratoria acuta da coronavirus, sia nelle fasi viremiche iniziali dell’infezione che nella  iperinfiammazione  successiva.

È importante sottolineare che le cellule di rivestimento alveolare di tipo II (ACII), come le cellule del sistema immunitario, esprimono tutti gli enzimi necessari per utilizzare il calcifediolo come substrato e sintetizzare, ad opera dell’1α-idrossilasi, la 1.25-diidrossicolecalciferolo o calcitriolo, forma metabolicamente attiva, con alta affinità per il recettore specifico della vitamina D.

Il risultato è che ACII converte il calcifediolo in 1.25-diidrossivitamina D3 o calcitriolo. Il calcitriolo generato dagli ACII agendo su queste stesse cellule e su quelle del sistema immunitario può portare ad una maggiore espressione di geni con importanti funzioni immunitarie innate (il peptide catelicidina antimicrobico, le defensine e il co-recettore TLR CD14 ecc…).

Tuttavia non è noto se l’effetto positivo dl calcifediolo si abbia anche con pazienti ad uno stadio precedente della malattia e se lo stato di vitamina D basale modifichi questi risultati, e per queste considerazioni saranno necessari studi più ampi al fine di dare una risposta definitiva.

 

Bibliografia

J steroide Biochem Mol Biol . 2020 ott; 203: 105751. Marta Entrenas Castillo et Al.